Eeeeh, dai… ora anche l’auto-recensione?
Ebbene sì, come dei novelli Kane – doloranti ma consapevoli – ci accingiamo a mettere per iscritto pregi e difetti della nostra creatura, in modo da ottenere due scopi. Il primo è chiarire – a chi interessa – alcune nostre motivazioni di base del progetto KML. Il secondo è dimostrare ai vari Leland che ci accusano di difendere il nostro film ottusamente, che forse la percezione del nostro operato non è poi così viziata.
La si cerca in lungo e in largo attraverso ogni singolo fotogramma. Si tenta disperatamente di cogliere i suoi lineamenti dietro dei baffi posticci o sotto ridicole parrucche. Si invoca il suo nome, si spera in un suo segno, anche in un esile miraggio. Ma Lorena non risponde.
E sorge un dubbio: che forse Lorena non esista.
Kiss me Lorena è innanzitutto un film indipendente, autoprodotto e a basso budget. Questo significa che:
1. Non segue logiche produttive e commerciali tradizionali
2. I costi di produzione sono stati coperti in parte dagli stessi autori e in parte da Overlook Prd di Roma.
3. Il budget – 18.000 euro – è di molto inferiore alla media italiana
Una particolarità del film è il fatto che sia stato girato interamente in digitale. Quello basso, non l’HD. Questo significa che sono state usate telecamere mini-DV, cioè lo stesso formato delle telecamere che di solito si usano in vacanza o per riprendere la professoressa zoccola.
Altra particolarità è la distribuzione: gratuita, attraverso la rete – al sito www.kissmelorena.it – e tramite licenza Creative Commons.
Da un punto di vista di operazione si può quindi parlare di una “iniziativa apripista”.
Prima di addentrarci in speculazioni circa il “messaggio” e i contenuti del lavoro, cerchiamo di analizzarne l’aspetto tecnico.
Aspetto Tecnico.
I mezzi a disposizione – come già detto – non sono certo di fascia alta, ma risultano spremuti al massimo e il risultato raggiunge una resa complessiva che trascende i limiti imposti dalle apparecchiature. Certamente la circuitazione ottimale del lavoro è il canale video – tv o computer – visto che la pochezza di risoluzione del formato DV verrebbe evidenziata in un eventuale riversamento in pellicola.
Lo sforzo produttivo è notevole e riuscire a convogliare in un unico lavoro così tante locations, costumi, attori e tecnici è cosa di non poco conto anche per una produzione ricca. Figurarsi per una con il budget ridotto all’osso.
Da un punto di vista tecnico il film evidenzia il desiderio da parte degli autori di emulare un certo tipo di cinema americano. Il problema è che, se a tratti il gioco riesce, spesso e volentieri la pochezza dei mezzi si fa sentire. E questo è un grave errore di valutazione. Forse sarebbe stato opportuno mirare più in basso, mantenere la consapevolezza dei propri limiti e perseguire una maggior coerenza.
Tutto tende, si diceva, ad un cinema d’oltreoceano: generi e cineasti citati/omaggiati/plagiati, approccio registico, uso del sonoro, musiche – con testi, ove presenti, sempre in inglese -, nomi dei personaggi, tipologia di recitazione e dialoghi. Questi ultimi due aspetti in particolar modo lasciano qualche spunto interessante.
Innanzitutto è evidente la volontà di discostarsi dal reale. I personaggi parlano come nei film americani. O meglio: come nei film americani doppiati in italiano. Un italiano quindi inventato, con termini – spesso adattati per tradurre forme inglesi – che nessuno si sognerebbe mai di usare parlando correntemente. L’iniziativa è interessante ma l’esito non è del tutto riuscito perché troppo spesso gli attori, per quanto attenti alla dizione, scivolano in lievi accenti che ad un orecchio attento tradiscono la regione d’origine. Per una miglior riuscita sarebbe stata necessaria una impostazione maggiormente “da doppiatore”.
La tipologia di recitazione è minimale – almeno per le parti della cornice – e cerca di evitare ogni manierismo. Cosa estremamente rara da trovare in un film italiano dove invece si tende molto alla mimica o alla recitazione di stampo teatrale. Purtroppo i dialoghi, come detto sopra, non favoriscono una reale spontaneità. Quindi ciò che avviene è una sensazione di sfasamento: per far scattare il meccanismo “film americano” ci si aspetterebbe di sentire una voce perfettamente priva di inflessioni dialettali alla Pannofino, e possibilmente “a fuoco”. Se prendete un film americano doppiato e provate sul dvd a passare alla lingua originale, capirete la differenza: in italiano la voce del doppiatore risulta molto più presente rispetto alla presa diretta originale, e priva di riverberi d’ambiente. Questo contribuisce a dare una dimensione sonora particolare che lo spettatore italiano oramai identifica come “film americano”.
In Kiss me Lorena il sonoro è un’altra questione interessante: a parte alcuni evidenti errori di presa diretta – in cui voci in secondo piano nel video appaiono in primo piano nell’audio, e viceversa – si percepisce anche qui il tentativo di discostarsi dall’uso tradizionale dell’audio in Italia. I suoni aggiunti in post-produzione non intendono ricreare il reale, ma tendono a iper-realizzare l’ambiente sonoro, cercando una dimensione filmica. I suoni della presa diretta sono spesso rielaborati e sovrapposti, in modo da dare maggior enfasi ai singoli eventi.
La fotografia cambia spesso registro, cercando di simulare l’emulsione e gli artefatti della pellicola dei vari generi che cita. Considerando la limitatezza di mezzi e l’utilizzo prevalentemente di faretti non cinematografici, l’esito è molto valido, anche se qua e là non avrebbero guastato soluzioni compositive anche più estreme – tutto si risolve spesso in quadretti molto “quadrati”, con scarsa profondità di campo e pochi contrasti tonali -.
Le riprese e i movimenti di macchina si adeguano ai diversi periodi citati, riproponendone certi stilemi o vezzi d’epoca – zoomate, carrelli etc -. Nelle scene della cornice si passa gradualmente da un inizio in costante – seppur lieve – movimento, all’immobilità più assoluta. Immobilità che appiattisce e impoverisce la messa in scena basando il ritmo dei dialoghi esclusivamente sullo stacco di montaggio e non osando soluzioni più ricercate, con movimenti di macchina che mettano in relazione gli attori e lo spazio scenico. Da evidenziare il lavoro di steadicam che, quando presente, riesce ad imprimere una notevole energia alla scena. Ci sono alcuni scavalcamenti di campo di troppo, in un film che invece cerca un approccio alla regia molto classico e rispettoso degli assi. Uno in particolare, nella scena finale del film, appare come un erroraccio da principianti.
Il montaggio dimostra un buon gusto e senso del ritmo, anche se mette in risalto gli errori di cui sopra e in alcuni sketch concede qualche secondo di troppo al tempo comico.
I costumi e le scenografie risultano molto ricchi e dettagliati, impreziositi da alcune trovate realmente originali – una su tutte il costume a palloncini dell’uomo-pollo che da solo vale l’esito dello sketch -. Anche qui non si può non tenere conto degli scarsi mezzi e dell’enorme mole di lavoro svolto.
E adesso passiamo ai contenuti.
Contenuti.
Da un punto di vista di storia portante, l’idea è semplice e già rivista: un gruppo di cineasti è in riunione per provare le scene di un film che dovrà realizzare. Kiss me Lorena per l’appunto. Ogni volta che un attore legge la parte, si materializza sullo schermo la scena in oggetto. Il gioco inizialmente è molto chiaro e vi è corrispondenza tra i due piani narrativi – anche se da subito ci si chiede che cazzo di film sia KML, visto che la prima scena è un dramma giudiziario in bianco e nero e la seconda è un war movie in 16mm ambientato nel Vietnam -. Col progredire del film il collegamento si perde completamente e i due piani appaiono sempre più indipendenti, pur mantenendo un minimo comun denominatore in termini di pathos: più la storia della cornice diventa tesa e drammatica, più gli sketch si fanno brevi e non-sense.
L’andamento diviene schizofrenico, disorganico, scollacciato e – in assenza di una minima guida narrativa – farà sorgere allo spettatore un dubbio legittimo: tutto ciò non sarà forse spia di una scarsa capacità da parte degli autori di scrivere una solida sceneggiatura? E a questo punto scatta l’effetto spartiacque: o si sta al gioco o ci si sente presi per il culo.
La scelta di un linguaggio volgare, il ricorso al continuo turpiloquio e la proposta di una comicità spesso sessualmente esplicita e basata su di eventi violenti, denota un’irruenza notevole da parte degli autori e una certa aggressività di fondo. I personaggi sono sporchi, stupidi, dicono parolacce e quasi sempre vengono offesi, colpiti, feriti, violentati se non addirittura fatti esplodere. C’è una evidente voglia di anarchia in questo film, un desiderio di ribellione che sublima nella riproposta ossessiva e quasi infantile di tutto ciò che nel cinema italiano solitamente non si vede – quante volte avete sentito ultimamente in un film italiota proferire un’imprecazione tipo: “Cristo”? -. Il meccanismo comico è troppe volte simile a se stesso e culmina sovente in trovate tutto sommato prevedibili.
Il referente comico più vicino è sicuramente Kentucky Fried Movie di John Landis scritto con Zucker-Abrhams-Zucker. La similitudine con i Monty Python deriva per lo più dal fatto che sei attori interpretano la maggior parte dei personaggi ricorrendo al travestitismo, e da qualche singolo sketch in cui si cerca di fondere “l’alto” con il “basso”, il filosofico con lo scatologico, capovolgendo in maniera sistematica un assunto iniziale – come avviene ad esempio in Dirty Bruno -. Ma è l’umorismo che pervade l’opera di John Landis a farla da padrona. Dal plagio di Thriller a certi rimandi in alcuni dialoghi, da “Tutto in una notte” a “Delitto Imperfetto”. Fino ad arrivare ad una palese citazione della vita reale del regista di Chicago: Tony – che nel look ricorda molto un giovane Landis – si è allontanato dai set per alcuni anni a seguito di un non meglio precisato incidente occorsogli durante la lavorazione di un film…
Insomma l’intento pare evidente: un atto di amore per il lavoro di Landis e per il cinema americano tutto. Chi non ha colto la chiara – e immotivata – citazione dal finale di “Mucchio Selvaggio”?
Ma KML decide di andare oltre e di sfidare lo spettatore lasciandolo, come si diceva, di fronte ad una drammatica alternativa: Prendere o Lasciare.
Se si prende che cosa succede? Ci si lascia trasportare, così, semplicemente: si ride a tratti di gusto, spessissimo senza razionale motivo, oppure in certi casi non si ride affatto. Ma il non capire o il non divertirsi non crea disappunto.
Insomma: non si vuole incontrare e riconoscere Lorena ad ogni costo.
Oppure si lascia: e allora Lorena non c’è, non vi è traccia di lei, non esiste e non è mai esistita. E il gioco si fa lento, il meccanismo si inceppa, la cornice da seria si fa pretenziosa e gli sketch mostrano le loro intrinseche debolezze.
Ma non è un problema di regia , né di recitazione – il doppio registro, tra i suoi numerosi difetti, presenta quanto meno il pregio di mettere alla prova gli attori con interpretazioni poste agli antipodi -.
E’ una questione di volontà. E’ il voler compiere una rottura rabbiosa nel panorama cinematografico italiota, il voler abbandonare l’etichetta per comportarsi da pessimo padrone di casa e costringere lo spettatore a vincere da solo il proprio disagio. In che modo? Facendolo ridere, se possibile. O facendosi mandare affanculo.
Si tratta quindi di un’opera che si può amare in toto oppure odiare con tutto il cuore; riderci fino alle lacrime o annoiarcisi a morte.
Volendo, nei punti giusti, anche spararcisi una sega. Con garbo, però.