Archive for the ‘Pseudorecensioni’ Category

Perché?

giu
8

                            

E ancora una volta parliamo di cinema Americano.
Non me ne vogliate, prima o poi su queste pagine faremo anche un punto sullo stato del cinema Italiano (e non per parlare di "Rinascita" come fanno tutti: anche se a Cannes abbiamo avuto due film discreti come il Divo o Gomorra non dobbiamo farci illusioni… non è ancora rinato un bel niente e forse non rinascerà mai più, capito Gianluigi?).

Sarò breve.

Sono allibito.

E la questione è: ma perché certi talentacci di Hollywood si stanno buttando via dietro a film tratti da fumetti?
Semplice : fare soldi a palate (con percentuali sugli incassi), riscattare una carriera in declino, cavalcare il trend del momento.
 
Ma converrete che è comunque triste vedere veri mattatori sprecati dietro a filmoni mediocri, senz’anima e assolutamente puerili…

Perchè finchè era ancora gente insulsa come Tobey Maguire per Spiderman o James Marsden per X-Men non c’era problema: film fatti con anonimi disgraziati per un pubblico di nerd segaioli

Ma qui si sta esagerando: gente come Robert Downey Jr.

                          Classe.

(che nonostante il burrascoso passato e qualche titolo alimentare, vanta un notevole curriculum) si butta anima e cuore in un filmaccio come Iron Man impegnandosi sorprendentemente a cercare la massima adesione fisica col personaggio anche a costo di sembrare ridicolo…
 
O Edward Norton

               Talento sprecato.

famoso per le sue scelte sofisticate e difficili, accetta di fare un sequel-remake di un film orribile come Hulk del 2003, dal titolo (ma pensa te) L’incredibile Hulk e addirittura co-scrivendolo e co-producendolo…
 
E la lista è ancora lunga: Tim Roth  nel ruolo del  cattivo del suddetto film che leggo chiamarsi "Abominio" (!!!) … o Christian Bale che continua ad affondare la sua credibilità artistica andando in giro vestito da pipistrello

Persino il mio amato Will

               Carisma innegabile.

ha ceduto alla tentazione facendone uno: Hancock.
Film che parodizza il genere, ma pur sempre di supereroi si tratta (e dal trailer si capisce che comunque alla fine tutto si risolverà come un’ ennesima variazione sul tema di Superman…)

Ragazzi, che scòramento.
Il cinema mi sta sempre dando meno soddisfazioni.
Meglio la Potta (e sovente il Culo).
 
Ditemi la vostra.
O anche no se nun ve va, tanto ho sempre ragione io.

Bèlla.

P.s.: Leggo con piacere che Indiana Jones 4 ha fatto schifo al cazzo e deluso profondamente anche i fan più accaniti.
Ben vi sta, idioti. Ancora vi aspettate qualcosa da questi due cialtroni?
Ve meritate solo un clistere de midiclorian e orde de marmotte digitali che ve mordono li coJòni.

Che fine ha fatto Big Jim?

apr
5

                             

Il più duro fra i filmakers, il perfezionista dei kolossal, lo "Stanley Kubrick del film d’azione", il "Re del Mondo": lo avrete capito, stiamo parlando di James Cameron:

                          vezzoso.

Chi scrive non ama troppo i suoi film (abbastanza Terminator, per niente Terminator 2, discreto Aliens, pessimo Titanic) ma, proprio per le sue caratteristiche sopracitate lo ritiene comunque una delle figure più interessanti nell’ormai asfittico e omologato panorama dei "Registoni Hollywoodiani".
E chi è ostinato e ambizioso come Jim non può comunque che suscitare le mie simpatie: uno che arriva ad ipotecare la casa e a rischiare la morte per assiderazione sott’acqua  per terminare un film e farlo ESATTAMENTE come vuole lui contro lo strapotere degli studios, beh, a mio parere è davvero Gajàrdo!

Ma la domanda è: che fine ha fatto Jim?

Dopo la pioggia di oscar (e miliardi) accumulati col Titanic nel lontano 1997, il nostro non è più tornato al cinema ma ha pensato di spendere il suo tempo nelle più disparate e insospettabili attività: prima cercando di diventare campione del mondo di Bubble Bobble , poi tentando invano (forse per noia) la carriera sacerdotale ;  scelta di cui si pentirà e che poi lo porterà a produrre uno scottante e provocatorio documentario dove ha cercato di dimostrare che Gesù non è risorto…

               Questa volta è guerra.

In "The Lost Tomb Of Jesus"  – Cameron mostrerebbe i sepolcri ritrovati negli anni ’80 nei pressi di Gerusalemme che secondo gli esperti apparterrebbero a Gesù, figlio di Giuseppe, Maria Maddalena e Judah, figlio di Gesù… non male, eh?

Ma a parte questo? Solo un paio di documentarietti sottomarini ("Ghost of the Abyss" , "Aliens of the deep") girati più che altro per scommessa personale contro colleghi invidiosi e una breve esperienza nel serial televisivo (lo scialbissimo "Dark Angel" che ha come unico merito quello di aver lanciato quella sorca de Jessica Alba … ebbravo Jimmy! ;PPPP).

Stanco di fare Cinema nel vero senso della parola quindi? Neanche per sogno. Il buon Jim sta per tornare sui grandi schermi in pompa magna (e come sennò?) con Avatar kolossal fantascientifico  dalla trama ancora top secret, previsto per il 2009.
Se sarà uno degli episodi più felici della sua scarna ma importante produzione lo giudicheremo a tempo debito…

Per ora ci interessa saperlo in attività e soprattutto che la finisca di passare le domeniche a guardare il derby in 3-d coi suoi amichetti…
              perdigiorno...

In bocca al lupo james! Esàggera come al solito , me raccomando!

Bèlla.

Tolkien e gli Eletti

mar
29

Cari idioti,

con oggi parte la seconda parte di descrizione degli Eletti, ma onestamente non capirete un cazzo e io avrò perso solo tempo.
Sembro nervoso ?
Lo sono, in quanto il cane di merda della vicina mi ha morso un coglione e adesso sono sotto effetto di antirabbica. Sono stati terminati entrambi.
Oggi parlerò di uno dei libri che più hanno influenzato la crescita etica e morale della nostra Confraternita:  il primo ed Unico libro è senz’altro

 

ma al secondo posto (poi non ce ne sono altri) abbiamo l’opera dell’Eletto 26
Il motivo è semplice: Tolkien ci racconta di un mondo fantastico, ma nemmeno troppo, fatto di coraggio, onore, valore, obbedienza al Re, amicizia, fratellanza fra i popoli dell’Occidente contro l’industria e l’oppressione dell’est.
La cappa e la spada, il Re, il padrone e l’umile servo quali dolci e soavi parole. Il Signore degli Anelli (non avevate ancora capito, razza di idioti ?) è ciò che dovrebbe essere insegnato ai piccoli.
Onora i genitori, soprattutto il padre, in quanto possiede le due fondamentali spade (carne e acciaio), rispetta le leggi, vivi e combatti per la libertà, possibilmente muori così non scassi la minchia con il vitalizio da reduce, ma sii eroe.
Perché l’eroe è ciò che conta in questa società: la figura che trascina il popolo a combattere gli oppressori, il Puro, il Bianco come Bianco è l’albero di Gondor. Questo è quello a cui si rifanno gli Eletti. L’approssimazione dei sistemi sociali, dove tutti sono uguali, i rigurgiti di lascivia, l’uso insensato di droghe di provenienza non chiara, questi sono i moderni orchetti contro cui gli splendenti Dunedain moderni si devono scagliare con la Luce dell’ordine morale.
J.R.R. Tolkien ha anticipato e mitizzato quelli che saranno poi i pilastri della Società degli Eletti e per questo tacciato di simpatie ideologiche vicine a regimi totalitari di metà ’900. Come al solito devo ripetermi: le vostre menti ottuse e miserrime confondono

          e                       

Ma non capite che a sinistra abbiamo un giovane dai saldi valori morali ma confuso da messaggi di violenza e morte inutili, mentre dall’altro lato abbiamo un Eletto che ha fatto del proprio Rigore Etico e della propria posizione di dominio due armi non violente ma altrettanto potenti come la punta di una spada elfica ?
Il giorno in cui capirete che fra l’Ordine degli Eletti e quello che fu ogni forma di nazismo e fascismo non esiste alcun legame, capirete il significato della vita: è confondere la cioccolata e lo sterco, stesso colore e a volte stessa consistenza, ma il primo è un prodotto nobile, il secondo il risultato di uno scarto.

Tolkien ha avuto l’enorme merito di rendere appetibili e digeribili ad un pubblico giovane, se non giovanissimo, concetti basilari di una sana e fiorente civiltà occidentale. Prendiamo ad esempio il rapporto fra Frodo Baggins, protagonista della storia, e il suo fedele giardiniere Sam Gamgee: amicizia fra uomini, il più nobile fra i sentimenti, rispetto della gerarchia, totale dedizione del servo nei confronti del padrone. La vita ci rende schiavi o padroni, elementi alpha o semplici comprimari: una realtà che molti non accettano, ma che è Legge Divina.
La cultura manichea e illuminista ha portato a confondere l’Amicizia divinizzata dal Professore ad una pura e semplice manifestazione di omossessualità diffusa anche fra personaggi che sono stati creati con l’intento di enfatizzare elementi chiavi quali Onore, Patria e Dio.
Arrivando a scempi visivi come questo.
Nota di merito all’Operativo che ha terminato non più di 1 anno fa l’autore di questo abominio.

Riprendete in mano l’Opera del Professore e rileggetela pensando non ad una storiella di maghi, guerrieri e draghi, ma ad una moderna ed attuale Bibbia da cui trarre insegnamento per essere veri uomini dell’Occidente

Credo che questo sia sufficiente. Adesso ho urgenza di una sana e violenta scopata. Perché l’Eletto è simbolo di rettitudine, ma è anche un uomo. E che uomo.
Alla prossima puntata, massa di froci.

Dio benedica gli Uomini Retti ma Titanici nelle mutande.

BAFFONE & BUFFONE

mar
7

Cari amici dei Licablog, oggi il vostro recensore è in vena di critiche.

Anche quest’anno si sono ripetuti gli Oscar, cerimonia ormai vecchia e stanca (e in picchiata negli ascolti, per giunta…).
Una cerimonia che ormai è diventata una pagliacciata, che si è ridotta a regalare l’Oscar al primo che capita, basta che faccia parti da ubriacone, drogato, outsider o mentalmente instabile (chiaro, meglio se negro).
E può succedere che questo avvenga non solo una ma persino due (2) volte.

E’ il caso di quel cialtrone che risponde al nome di Daniel Day Lewis:

guappo di cartone

Questo spilungone irlandese è uno cha ama ammantarsi di mistero scegliendo i copioni (e i personaggi da interpretare) col contagoccie (leggi la categoria di film di cui sopra e cioè a "odore Oscar"..) e dopo aver vinto un premio nel ’90 per quella menata melensa che è "Il mio piede sinistro" si è riaggiudicato la statuetta per una delle interpretazioni più caricate, eccessive, tronfie e compiaciute del decennio ne "Il Petroliere"  di quel mitomane di Paul T. Anderson.

Ma non parlerò della pellicola (non potrei, me so addormentato a metà… e me so risvejàto sul finale perchè nel film il "BravissImo" Daniel sbraitava come un fijo de’na mignotta…)

Ecco, appunto: il "Bravissimo" Daniel.

Ma cazzo, rigà, sono solo io che mi sono accorto che il nostro amico si è limitato a copiare l’interpretazione del "Macellaio" in "Gangs of New York" ? Un paio di baffoni, uno sguardo truce e mefistofelico, una bocca pronta a sbavare rabbia et voilà, ecco pronto l’Oscar per voi.
Se ne devono essere accorti anche al doppiaggio italiano dato che gli hanno affidato la stessa voce per i due film, quella dello stucchevole Francesco Pannofino.

Diffidate da facili e sensazionalistici apprezzamenti: dietro la facciata di attore di classe che sa scegliere i suoi ruoli con cura, si nasconde un vanesio che ama riguardarsi di nascosto nei cinema che proiettano un suo film.

borioso e donnaiolo

Ma tanto tutti diranno comunque che è bravissimo e superbo, da "oddio, ora mi strappo i capelli!"
Imparate a riconoscere le vere interpretazioni da Oscar (il già citato Will) dal puro e semplice "overacting" spacciato per recitazione sopraffina…

Che il buon Daniel torni a fare il calzolaio a Firenze nascosto nei retrobottega… la faccia  gli si addice…
E poi diciamocelo, non se ne può proprio più di attori che amano il travestitismo, ma che poi nella vita si agghindano come dei merdosi zingari (capito Johnny?)

Dite la vostra, sono assai curioso.

Bella.

P.s.
un piccola nota. Gli abbagli dell’Academy valgono anche per i film… i Coen, autori discontinui, hanno vinto grazie ad un film con uno dei finali più brutti che la storia del cinema recente ricordi… voi che ne pensate? Qualcuno me lo sa spiegare?

In Will we trust!

feb
7

Bene, come promesso rieccoci qui a PARLARE di quello che i Licojòni non sanno FARE: il buon Cinema.

Quando leggerete queste righe probabilmente vi sarete tutti fatti un’opinione in merito:
che ne pensate dell’ultima versione dall’omonimo romanzo fanta-horror di Richard Matheson "Io Sono Leggenda" con l’ottimo Will Smith? (talento ormai maturato alla grande, capace di regalarci prove intense come pochi altri della sua generazione?)

                  entusiasmo

Per chi non lo sapesse il film è il terzo adattamento per il grande schermo del suddetto romanzo; i due precedenti sono "L’ ultimo Uomo sulla terra" e "Occhi Bianchi sul pianeta Terra", ma è quest’ultima versione a fare la differenza… (e badate non è affatto il mio genere di film).

Scene ad alto impatto visivo, giusta dose di tensione e azione e adrenalina che scorre a fiumi (e, al solito, lo dice uno che non ama troppo gli effetti speciali al computer, se non quando sono usati con intelligenza).
Il regista è un solido mestierante di Videoclip, tale Francis Lawrence.
Ma non è su di lui che mi voglio soffermare.

Sì perché il Gran Merito della riuscita del film va senza dubbio alla grandissima prova di Smith. Il simpatico attore afroamericano (nessuno è perfetto) oltre a mettere d’accordo tutti i registi con cui lavora (su tutti i grandi Michael Mann e Gabriele Muccino) sta scegliendo i suoi ultimi difficili ruoli con grande coraggio e un crescente senso di sfida.
Senza dimenticare che rimane un artista completo, anche (e soprattutto) sul versante musicale:

    istrione

Per chi non l’ha ancora visto, buona visione.
Per tutti gli altri, fatemi sapere.

Bella.

P.s. E non venite a dirmi "ma io non vado a vedere il film se prima non ho letto il libro…": fatevi un favore e godetevi lo spettacolo al cinema finchè potete.
Oppure andate direttamente a leggere il finale del libro (come ho fatto io) dove pare che ci sia la più sostanziale differenza.

Franella di sangue

gen
31

Erano passate già due ore e Diego non la smetteva di piagnucolare.

Quell’inetto continuava a dormire con l’abat-jour acceso per paura del buio, così – su idea di Sercio – ci eravamo recati in delegazione a casa sua con l’intento di fargli passare una volta per tutte l’infantile fobia e lo avevamo rinchiuso nello sgabuzzino, senza luce e in compagnia di due crotali. In questo modo, insieme alla paura del buio, avrebbe vinto anche la sua immotivata antipatia per i serpenti letali. Ma quella ciste ingrata non la finiva di lamentarsi e dopo un po’, annoiati, ci spostammo in cucina lasciandolo in preda a un attacco di panico.

La nonna di Diego era fuori casa: la brava donna era partita per una gita organizzata dalla parrocchia, un tour non stop Lourdes-Santiago de Compostela-Mykonos, e sarebbe tornata tra una settimana. Per il nipote aveva lasciato nel frigorifero sette razioni K surgelate (ma scadute nel 1943), una mela golden e un gabbiano avvolto nella pellicola trasparente. Ma Sercio sapeva che la vecchia teneva lo scatolame pregiato in bagno, sulla mensola delle medicine dietro alle confezioni dei preservativi e lontano dagli occhi dell’ingordo nipote. Così improvvisammo una merendella a base di tonno, crauti e aulin.

Sercio aveva portato con sé un paio di DVD e voleva che li vedessimo insieme. Ma a noi un film, se non ci sono almeno tre sparatorie e un’elezione di Miss Maglietta Bagnata con rissa tra le finaliste, difficilmente ci piace. Però Sercio conosce i nostri punti deboli ed era andato sul sicuro: a un horror non si può dire di no, per definizione.

“Franella di sangue” è un film del ’74, uno shocker di importanza storica che aprì la strada alla radicale metamorfosi del genere orrorifico di fine ’70 e inizio ’80. I cliché sono sempre quelli di un normale racconto di paura (magari con l’aggiunta di situazioni più truculente, come quella del micio frullato), ma è la carica visionaria che il regista riuscì a imprimere sulla pellicola a renderlo un piccolo gioiello.
Ottimo il lavoro di George Cotto, il quale però – come spesso succede – si adagiò sul successo ottenuto  e si ripeté stancamente fino al 1990, con l’ultimo “Franella di sangue 11 – Stavolta il divano non lo smacchio”. Il primo della serie era proprio l’unico, però, che non avevamo mai visto.

Sercio ce lo definì come un “horror claustrofobico” e “fichissimo”, perchè tutto girato dentro a una cantina dove due giovani fidanzatini – Mauros e Melany – si rintanano per godere di un po’ di intimità. Là dentro i due giovani trovano, oltre alla riserva di barolo del padre di lei, il cadavere di uno sconosciuto e la mitica Fender Stratocaster di Jimi Hendrix, con le corde montate al contrario. Muaros imbraccia la chitarra e subito si esibisce nel classico giro di accordi de “La Canzone del Sole”, non sapendo, l’idiota, che in questo modo evocherà Satana.

Fermammo quel fiume in piena di Sercio: no, non era il caso di vedere il film di Cotto. Infatti, il solo sentire nominare il nostro vecchio amico Jimi ci aveva fatto venire le lacrime agli occhi. Lo avevamo conosciuto a Woodstock, nell’agosto del ‘69. Il nostro numero era poco prima del suo, così dividemmo il camerino, facemmo amicizia e gli insegnammo il giochetto del vomito a testa in su.
Non ce lo siamo mai perdonato.

Sconsolati, ci vedemmo l’altro DVD, “Zombie cowboys don’t cry”, e alla fine ce ne tornammo a casa, non prima però di aver passato a Diego l’antidoto per il veleno da sotto la porta.

Kiss me Lorena: un’autocritica

mag
22

Eeeeh, dai… ora anche l’auto-recensione?
Ebbene sì, come dei novelli Kane – doloranti ma consapevoli – ci accingiamo a mettere per iscritto pregi e difetti della nostra creatura, in modo da ottenere due scopi. Il primo è chiarire – a chi interessa – alcune nostre motivazioni di base del progetto KML. Il secondo è dimostrare ai vari Leland che ci accusano di difendere il nostro film ottusamente, che forse la percezione del nostro operato non è poi così viziata.

La si cerca in lungo e in largo attraverso ogni singolo fotogramma. Si tenta disperatamente di cogliere i suoi lineamenti dietro dei baffi posticci o sotto ridicole parrucche. Si invoca il suo nome, si spera in un suo segno, anche in un esile miraggio. Ma Lorena non risponde.
E sorge un dubbio: che forse Lorena non esista.

Kiss me Lorena è innanzitutto un film indipendente, autoprodotto e a basso budget. Questo significa che:

1.  Non segue logiche produttive e commerciali tradizionali
2.  I costi di produzione sono stati coperti in parte dagli stessi autori e in parte da Overlook Prd di Roma.
3.  Il budget – 18.000 euro – è di molto inferiore alla media italiana

Una particolarità del film è il fatto che sia stato girato interamente in digitale. Quello basso, non l’HD. Questo significa che sono state usate telecamere mini-DV, cioè lo stesso formato delle telecamere che di solito si usano in vacanza o per riprendere la professoressa zoccola.

Altra particolarità è la distribuzione: gratuita, attraverso la rete – al sito www.kissmelorena.it – e tramite licenza Creative Commons.

Da un punto di vista di operazione si può quindi parlare di una “iniziativa apripista”.

Prima di addentrarci in speculazioni circa il “messaggio” e i contenuti del lavoro, cerchiamo di analizzarne l’aspetto tecnico.

Aspetto Tecnico.

I mezzi a disposizione – come già detto – non sono certo di fascia alta, ma risultano spremuti al massimo e il risultato raggiunge una resa complessiva che trascende i limiti imposti dalle apparecchiature. Certamente la circuitazione ottimale del lavoro è il canale video – tv o computer – visto che la pochezza di risoluzione del formato DV verrebbe evidenziata in un eventuale riversamento in pellicola.

Lo sforzo produttivo è notevole e riuscire a convogliare in un unico lavoro così tante locations, costumi, attori e tecnici è cosa di non poco conto anche per una produzione ricca. Figurarsi per una con il budget ridotto all’osso.

Da un punto di vista tecnico il film evidenzia il desiderio da parte degli autori di emulare un certo tipo di cinema americano. Il problema è che, se a tratti il gioco riesce, spesso e volentieri la pochezza dei mezzi si fa sentire. E questo è un grave errore di valutazione. Forse sarebbe stato opportuno mirare più in basso, mantenere la consapevolezza dei propri limiti e perseguire una maggior coerenza.

Tutto tende, si diceva, ad un cinema d’oltreoceano: generi e cineasti citati/omaggiati/plagiati, approccio registico, uso del sonoro, musiche – con testi, ove presenti, sempre in inglese -, nomi dei personaggi, tipologia di recitazione e dialoghi. Questi ultimi due aspetti in particolar modo lasciano qualche spunto interessante.

Innanzitutto è evidente la volontà di discostarsi dal reale. I personaggi parlano come nei film americani. O meglio: come nei film americani doppiati in italiano. Un italiano quindi inventato, con termini – spesso adattati per tradurre forme inglesi – che nessuno si sognerebbe mai di usare parlando correntemente. L’iniziativa è interessante ma l’esito non è del tutto riuscito perché troppo spesso gli attori, per quanto attenti alla dizione, scivolano in lievi accenti che ad un orecchio attento tradiscono la regione d’origine. Per una miglior riuscita sarebbe stata necessaria una impostazione maggiormente “da doppiatore”.
La tipologia di recitazione è minimale – almeno per le parti della cornice – e cerca di evitare ogni manierismo. Cosa estremamente rara da trovare in un film italiano dove invece si tende molto alla mimica o alla recitazione di stampo teatrale. Purtroppo i dialoghi, come detto sopra, non favoriscono una reale spontaneità. Quindi ciò che avviene è una sensazione di sfasamento: per far scattare il meccanismo “film americano” ci si aspetterebbe di sentire una voce perfettamente priva di inflessioni dialettali alla Pannofino,  e possibilmente “a fuoco”. Se prendete un film americano doppiato e provate sul dvd a passare alla lingua originale, capirete la differenza: in italiano la voce del doppiatore risulta molto più presente rispetto alla presa diretta originale, e priva di riverberi d’ambiente. Questo contribuisce a dare una dimensione sonora particolare che lo spettatore italiano oramai identifica come “film americano”.

In Kiss me Lorena il sonoro è un’altra questione interessante: a parte alcuni evidenti errori di presa diretta – in cui voci in secondo piano nel video appaiono in primo piano nell’audio, e viceversa – si percepisce anche qui il tentativo di discostarsi dall’uso tradizionale dell’audio in Italia. I suoni aggiunti in post-produzione non intendono ricreare il reale, ma tendono a iper-realizzare l’ambiente sonoro, cercando una dimensione filmica. I suoni della presa diretta sono spesso rielaborati e sovrapposti, in modo da dare maggior enfasi ai singoli eventi.

La fotografia cambia spesso registro, cercando di simulare l’emulsione e gli artefatti della pellicola dei vari generi che cita. Considerando la limitatezza di mezzi e l’utilizzo prevalentemente di faretti non cinematografici, l’esito è molto valido, anche se qua e là non avrebbero guastato soluzioni compositive anche più estreme – tutto si risolve spesso in quadretti molto “quadrati”, con scarsa profondità di campo e pochi contrasti tonali -.

Le riprese e i movimenti di macchina si adeguano ai diversi periodi citati, riproponendone certi stilemi o vezzi d’epoca – zoomate, carrelli etc -. Nelle scene della cornice si passa gradualmente da un inizio in costante – seppur lieve – movimento, all’immobilità più assoluta. Immobilità che appiattisce e impoverisce la messa in scena basando il ritmo dei dialoghi esclusivamente sullo stacco di montaggio e non osando soluzioni più ricercate, con movimenti di macchina che mettano in relazione gli attori e lo spazio scenico. Da evidenziare il lavoro di steadicam che, quando presente, riesce ad imprimere una notevole energia alla scena. Ci sono alcuni scavalcamenti di campo di troppo, in un film che invece cerca un approccio alla regia molto classico e rispettoso degli assi. Uno in particolare, nella scena finale del film, appare come un erroraccio da principianti.

Il montaggio dimostra un buon gusto e senso del ritmo, anche se mette in risalto gli errori di cui sopra e in alcuni sketch concede qualche secondo di troppo al tempo comico.

I costumi e le scenografie risultano molto ricchi e dettagliati, impreziositi da alcune trovate realmente originali – una su tutte il costume a palloncini dell’uomo-pollo che da solo vale l’esito dello sketch -. Anche qui non si può non tenere conto degli scarsi mezzi e dell’enorme mole di lavoro svolto.

E adesso passiamo ai contenuti.

Contenuti.

Da un punto di vista di storia portante, l’idea è semplice e già rivista: un gruppo di cineasti è in riunione per provare le scene di un film che dovrà realizzare. Kiss me Lorena per l’appunto. Ogni volta che un attore legge la parte, si materializza sullo schermo la scena in oggetto. Il gioco inizialmente è molto chiaro e vi è corrispondenza tra i due piani narrativi – anche se da subito ci si chiede che cazzo di film sia KML, visto che la prima scena è un dramma giudiziario in bianco e nero e la seconda è un war movie in 16mm ambientato nel Vietnam -. Col progredire del film il collegamento si perde completamente e i due piani appaiono sempre più indipendenti, pur mantenendo un minimo comun denominatore in termini di pathos: più la storia della cornice diventa tesa e drammatica, più gli sketch si fanno brevi e non-sense.

L’andamento diviene schizofrenico, disorganico, scollacciato e – in assenza di una minima guida narrativa – farà sorgere allo spettatore un dubbio legittimo:  tutto ciò non sarà forse spia di una scarsa capacità da parte degli autori di scrivere una solida sceneggiatura? E a questo punto scatta l’effetto spartiacque: o si sta al gioco o ci si sente presi per il culo.

La scelta di un linguaggio volgare, il ricorso al continuo turpiloquio e la proposta di una comicità spesso sessualmente esplicita e basata su di eventi violenti, denota un’irruenza notevole da parte degli autori e una certa aggressività di fondo. I personaggi sono sporchi, stupidi, dicono parolacce e quasi sempre vengono offesi, colpiti, feriti, violentati se non addirittura fatti esplodere. C’è una evidente voglia di anarchia in questo film, un desiderio di ribellione che sublima nella riproposta ossessiva e quasi infantile di tutto ciò che nel cinema italiano solitamente non si vede – quante volte avete sentito ultimamente in un film italiota proferire un’imprecazione tipo: “Cristo”? -. Il meccanismo comico è troppe volte simile a se stesso e culmina sovente in trovate tutto sommato prevedibili.

Il referente comico più vicino è sicuramente Kentucky Fried Movie di John Landis scritto con Zucker-Abrhams-Zucker. La similitudine con i Monty Python deriva per lo più dal fatto che sei attori interpretano la maggior parte dei personaggi ricorrendo al travestitismo, e da qualche singolo sketch in cui si cerca di fondere “l’alto” con il “basso”, il filosofico con lo scatologico, capovolgendo in maniera sistematica un assunto iniziale – come avviene ad esempio in Dirty Bruno -. Ma è l’umorismo che pervade l’opera di John Landis a farla da padrona. Dal plagio di Thriller a certi rimandi in alcuni dialoghi, da “Tutto in una notte” a “Delitto Imperfetto”. Fino ad arrivare ad una palese citazione della vita reale del regista di Chicago: Tony – che nel look ricorda molto un giovane Landis – si è allontanato dai set per alcuni anni a seguito di un non meglio precisato incidente occorsogli durante la lavorazione di un film…

Insomma l’intento pare evidente: un atto di amore per il lavoro di Landis e per il cinema americano tutto. Chi non ha colto la chiara – e immotivata – citazione dal finale di “Mucchio Selvaggio”?
Ma KML decide di andare oltre e di sfidare lo spettatore lasciandolo, come si diceva, di fronte ad una drammatica alternativa:  Prendere o Lasciare.

Se si prende che cosa succede? Ci si lascia trasportare, così, semplicemente: si ride a tratti di gusto, spessissimo senza razionale motivo, oppure in certi casi non si ride affatto. Ma il non capire o il non divertirsi non crea disappunto.
Insomma: non si vuole incontrare e riconoscere Lorena ad ogni costo.

Oppure si lascia: e allora Lorena non c’è, non vi è traccia di lei, non esiste e non è mai esistita. E il gioco si fa lento, il meccanismo si inceppa, la cornice da seria si fa pretenziosa e gli sketch mostrano le loro intrinseche debolezze.

Ma non è un problema di regia , né di recitazione – il doppio registro, tra i suoi numerosi difetti, presenta quanto meno il pregio di mettere alla prova gli attori con interpretazioni poste agli antipodi -.
E’ una questione di volontà. E’ il voler compiere una rottura rabbiosa nel panorama cinematografico italiota, il voler abbandonare l’etichetta per comportarsi da pessimo padrone di casa e costringere lo spettatore a vincere da solo il proprio disagio. In che modo? Facendolo ridere, se possibile. O facendosi mandare affanculo.

Si tratta quindi di un’opera che si può amare in toto oppure odiare con tutto il cuore; riderci fino alle lacrime o annoiarcisi a morte.
Volendo, nei punti giusti, anche spararcisi una sega. Con garbo, però.

Chi recensisce il recensore?

mag
8

Ecco una breve considerazione. Al giorno d’oggi è molto semplice impugnare una telecamera (o un cellulare), fare un film e metterlo sulla rete. E’ altrettanto facile aprire un blog e parlare di questo film. La funzione del recensore è chiara: dire cosa è piaciuto e cosa no. E in un oceano di proposte come quello attuale, è utile avere un parere con cui orientarsi.

Ma chi è attendibile? Di chi ci fidiamo per i giudizi? Insomma, se uno non riesce a distinguere un film buono da uno cattivo, come può capire la differenza tra un buon recensore e uno meno buono?

Facciamo una cosa un po’ diversa: recensiamo il recensore e vediamo chi si merita davvero questo appellativo e chi forse farebbe bene a studiarsi meglio la materia trattata. L’occasione ci viene data dalle prime due recensioni fatte al nostro film Kiss me Lorena.

La prima in assoluto ci arriva da Filippo Morelli di Morelli’s Movie Guide. La seconda da Ferdinando Carcavallo di KinemaZOne 2.0.

Come vedete si tratta di due visioni agli antipodi. Tutti e due sono concordi nell’elogiare la qualità tecnica del film, mentre le differenze emergono sul versante dei contenuti.  Laddove Morelli loda il film nel suo complesso – notandone comunque alcuni cedimenti qua e là – Carcavallo punta il dito verso la vacuità della sceneggiatura. Morelli elogia una buona parte degli sketch comici mentre Carcavallo denuncia una generale mancanza di occasioni di divertimento. Morelli azzarda una previsione su i Licaoni lanciati nel mondo del Cinema entro breve, Carcavallo esprime la sua scarsa voglia di proseguire a seguirne i prossimi lavori – cosa estremamente semplice vista la recente cessazione delle attività da parte del gruppo – .

Solo opinioni. E, come per le palle, ognuno ha le sue. Ma quello che ci interessa è capire chi dei due ha meglio centrato la questione. Si badi bene: non ci interessa chi ne ha parlato bene e chi ne ha parlato male. Ci interessa capire chi ha gli strumenti per parlarne con cognizione e chi invece no.

Ancora prima che cineasti, siamo degli appassionati di Cinema e attenti studiosi e sperimentatori del Comico. E siamo fermamente convinti che paragonare Kiss me Lorena ai corti di Andrea Camerini o alla Premiata Ditta, significhi avere le idee un po’ confuse in fatto di Comicità.

Con tutto il rispetto per l’amico Andrea (del quale fummo collaboratori/mentori durante i suoi primi passi registici) la sua comicità vive di influenze molto differenti dalle nostre. Differenze lampanti che però, evidentemente, non tutti colgono.

La Premiata Ditta invece è soltanto intrattenimento da due soldi, scontato e senza una parvenza di eleganza o sintesi.

Kiss me Lorena (e qui sembreremo dei vanagloriosi ma, credeteci, dopo tre anni dalla realizzazione del medesimo crediamo di averne una visione abbastanza oggettiva) propone un discorso sul Comico distante anni luce da ammicchi o strutturazione delle gag del tipo “italico-pecoreccio”. I nostri riferimenti – ai limiti del plagio – sono evidenti ed oltremanica. Il rigore formale e la ricercatezza della messa in scena e della costruzione degli sketch denotano uno studio approfondito. Che poi certe scene non funzionino, questo è un dato di fatto. Ma un errore grossolano è liquidare il film come lavoro di nessuna pretesa. La pretesa c’è eccome: quella di proporre un tipo di Cinema (Comico) completamente differente da quanto stiamo vedendo attualmente in Italia.

Per non parlare della totale incuria riservata da Carcavallo alla parte seria del film. Questa metà del lungometraggio, come nota argutamente Morelli è un collante/pretesto/presa-per-i-fondelli che fornisce un dissonante, vagamente sperimentale, contrappasso alle già citate gag. E, se permettete, è una gran prova da parte di giovani attori che di professionale, al momento delle riprese, avevano l’approccio al lavoro e non certo il curriculum.

Insomma, fare la critica ad un Film Comico è una cosa estremamente seria che richiede una sensibilità che secondo noi Carcavallo non ha dimostrato. Lo invitiamo perciò a guardarsi nuovamente il film per percepirne meglio la tipologia di umorismo e la ritmica comica. Come tutte le cose un po’ fuori dal coro, serve del tempo e una certa attenzione per digerirle e farle proprie.

Precisazioni alla recensione su KinemaZOne:
1_ Kiss me Lorena è un film indipendente dal budget irrisorio (18 mila euro).
2_ La licenza Creative Commons scelta per la distribuzione del film non consente alcun tipo di manipolazione del medesimo.
3_ Piano 17 è successivo a Kiss me Lorena.
4_ I Manetti Bros videro KML in anteprima e rimasero impressionati dalla qualità tecnica del film (e dal precedente Last Blood) tanto da persuadersi di poter realizzare un film a basso budget, arrivando addirittura a coinvolgere nel loro film parte della nostra squadra.

Artigiano o Macellaio?

feb
3

Indovinate un pò?
Stiamo ovviamente parlando di Mel Gibson.
Chi di voi ha visto Apocalypto? E cosa mi dite del Gibson regista?

Suvvìa, siamo democratici, c’è spazio per qualsiasi opinione.
Ma occhio a quello che dite.

In fondo a sinistra

gen
15

Come ogni mattina, ci eravamo recati tutti assieme da “Tenia”, il nostro barman di fiducia, dal quale, con una modica spesa di € 5, ti assicuri il trittico pezzo-cappuccio-film americano. Quel giorno il bar era piuttosto affollato perché c’era in programmazione niente di meno che “In fondo a sinistra”, capolavoro indiscusso e cult movie degli anni ’70 firmato da quel genio – ahinoi ignoto alla massa – di Barton Rampino.

Stitichezza

Autore di pellicole indipendenti e sperimentali, Rampino spiazzò l’America ben pensante con i suoi film-inchiesta di struggente attualità: con un occhio attento al neorealismo italiano, dimostrò una grande capacità di analizzare, con sguardo lucido e disincantato, i più difficili spaccati sociali del suo tempo, come nel suo film del 1968 “Ore quattro e trenta: psicodramma di un lattaio”, opera che avevamo già avuto onore di vedere durante il festival del cinema lesbo di Edimburgo.
In attesa dell’inizio della proiezione, Sercio, il nostro amico cinefilo, dette sfoggio del sua onniscienza raccontandoci alcuni gustosi aneddoti. Si narra che il regista si trovasse in un pub assieme al suo direttore della fotografia, quando ebbe l’idea del soggetto di “In fondo a sinistra”: il conto dei crodini consumati nel breve arco di trentacinque minuti superava di gran lunga il conto corrente di entrambi, nonché la pensione di reversibilità della vecchia madre di Barton. Da qui l’idea: un film di successo, battage pubblicitario, uscita nelle sale, soldi a palate. E il gioco è fatto. Ma serviva una buona trama. E il “la” fu dato da un cameriere, impegnato a discutere con un avventore che, senza aver fatto alcuna consumazione, richiedeva ciononostante di usufruire della toilette.
Eravamo tutti in fibrillazione: nella nostra hit parade di film preferiti, quelli sui cessi occupano il terzo posto, dopo “film con gorilla” e  “film con incidenti aerei e sopravvissuti che si mangiano fra di loro”. Ovviamente avevamo con noi il kit delle grandi proiezioni: due lingue di menelik cadauno, numerosi tranci di rosticciana e una cassetta di bombette puzzolenti per mettere zizzania tra gli astanti. Mancava solo il nostro amico Diego, in ritardo come al solito, perché gli avevamo ricoperto la bici di garze usate raccattate nei cassonetti dell’ospedale. E sarebbe stato meglio anche che si sbrigasse, quella zotta, visto che aveva promesso di offrirci la colazione.
Sercio, alla quinta sfogliatina, ci aveva già sputtanato la trama: struttura del racconto a episodi, con quattro storie diverse, ma ambientate tutte all’interno del medesimo bagno pubblico. Mildred, immigrata portoricana addetta alla pulizia, incapace di un riscatto sociale; Paulo, giovane studente introverso, con il suo complesso di fare sempre la pipì da seduto; Anthony, che, per aver pronunciato una formula magica, viene risucchiato attraverso l’orinatoio in un’altra dimensione; Eugene, imprenditore miliardario, che ritrova all’interno dello scopettino del water il DNA di dinosauri estinti e decide di clonarne una decina. Una particolarità: l’intero film era stato girato nella medesima location, il bagno del famigerato pub dei crodini bevuti a sbafo. Il proprietario del locale, infatti, non fidandosi delle promesse dei due, disse che non li avrebbe lasciati andare fino a quando non avessero effettivamente saldato il conto.
C’erano, quindi, tutte le carte in regola per una visione imperdibile, ma… ecco arrivarci una telefonata di Diego, il quale ci chiede aiuto per essere rimasto incastrato nello sportello dell’autobus, e in sottofondo sentiamo le grida di rabbia degli altri passeggeri. Non ce lo potevamo perdere! Così ci siamo fatti incartare un paio di cornetti e siamo corsi via. Il film ce lo siamo fatti raccontare da Sercio: ha detto che è un incrocio tra “Mean Streets” e “Pomi d’ottone e manici di scopa”… sarà per Angela Lansbury nella parte di Mildred…
Noi, comunque, ve lo consigliamo.

(pubblicato su Take it Easy #07 – Giu/Ago 06)