Archive for maggio, 2007

Kiss me Lorena: un’autocritica

mag
22

Eeeeh, dai… ora anche l’auto-recensione?
Ebbene sì, come dei novelli Kane – doloranti ma consapevoli – ci accingiamo a mettere per iscritto pregi e difetti della nostra creatura, in modo da ottenere due scopi. Il primo è chiarire – a chi interessa – alcune nostre motivazioni di base del progetto KML. Il secondo è dimostrare ai vari Leland che ci accusano di difendere il nostro film ottusamente, che forse la percezione del nostro operato non è poi così viziata.

La si cerca in lungo e in largo attraverso ogni singolo fotogramma. Si tenta disperatamente di cogliere i suoi lineamenti dietro dei baffi posticci o sotto ridicole parrucche. Si invoca il suo nome, si spera in un suo segno, anche in un esile miraggio. Ma Lorena non risponde.
E sorge un dubbio: che forse Lorena non esista.

Kiss me Lorena è innanzitutto un film indipendente, autoprodotto e a basso budget. Questo significa che:

1.  Non segue logiche produttive e commerciali tradizionali
2.  I costi di produzione sono stati coperti in parte dagli stessi autori e in parte da Overlook Prd di Roma.
3.  Il budget – 18.000 euro – è di molto inferiore alla media italiana

Una particolarità del film è il fatto che sia stato girato interamente in digitale. Quello basso, non l’HD. Questo significa che sono state usate telecamere mini-DV, cioè lo stesso formato delle telecamere che di solito si usano in vacanza o per riprendere la professoressa zoccola.

Altra particolarità è la distribuzione: gratuita, attraverso la rete – al sito www.kissmelorena.it – e tramite licenza Creative Commons.

Da un punto di vista di operazione si può quindi parlare di una “iniziativa apripista”.

Prima di addentrarci in speculazioni circa il “messaggio” e i contenuti del lavoro, cerchiamo di analizzarne l’aspetto tecnico.

Aspetto Tecnico.

I mezzi a disposizione – come già detto – non sono certo di fascia alta, ma risultano spremuti al massimo e il risultato raggiunge una resa complessiva che trascende i limiti imposti dalle apparecchiature. Certamente la circuitazione ottimale del lavoro è il canale video – tv o computer – visto che la pochezza di risoluzione del formato DV verrebbe evidenziata in un eventuale riversamento in pellicola.

Lo sforzo produttivo è notevole e riuscire a convogliare in un unico lavoro così tante locations, costumi, attori e tecnici è cosa di non poco conto anche per una produzione ricca. Figurarsi per una con il budget ridotto all’osso.

Da un punto di vista tecnico il film evidenzia il desiderio da parte degli autori di emulare un certo tipo di cinema americano. Il problema è che, se a tratti il gioco riesce, spesso e volentieri la pochezza dei mezzi si fa sentire. E questo è un grave errore di valutazione. Forse sarebbe stato opportuno mirare più in basso, mantenere la consapevolezza dei propri limiti e perseguire una maggior coerenza.

Tutto tende, si diceva, ad un cinema d’oltreoceano: generi e cineasti citati/omaggiati/plagiati, approccio registico, uso del sonoro, musiche – con testi, ove presenti, sempre in inglese -, nomi dei personaggi, tipologia di recitazione e dialoghi. Questi ultimi due aspetti in particolar modo lasciano qualche spunto interessante.

Innanzitutto è evidente la volontà di discostarsi dal reale. I personaggi parlano come nei film americani. O meglio: come nei film americani doppiati in italiano. Un italiano quindi inventato, con termini – spesso adattati per tradurre forme inglesi – che nessuno si sognerebbe mai di usare parlando correntemente. L’iniziativa è interessante ma l’esito non è del tutto riuscito perché troppo spesso gli attori, per quanto attenti alla dizione, scivolano in lievi accenti che ad un orecchio attento tradiscono la regione d’origine. Per una miglior riuscita sarebbe stata necessaria una impostazione maggiormente “da doppiatore”.
La tipologia di recitazione è minimale – almeno per le parti della cornice – e cerca di evitare ogni manierismo. Cosa estremamente rara da trovare in un film italiano dove invece si tende molto alla mimica o alla recitazione di stampo teatrale. Purtroppo i dialoghi, come detto sopra, non favoriscono una reale spontaneità. Quindi ciò che avviene è una sensazione di sfasamento: per far scattare il meccanismo “film americano” ci si aspetterebbe di sentire una voce perfettamente priva di inflessioni dialettali alla Pannofino,  e possibilmente “a fuoco”. Se prendete un film americano doppiato e provate sul dvd a passare alla lingua originale, capirete la differenza: in italiano la voce del doppiatore risulta molto più presente rispetto alla presa diretta originale, e priva di riverberi d’ambiente. Questo contribuisce a dare una dimensione sonora particolare che lo spettatore italiano oramai identifica come “film americano”.

In Kiss me Lorena il sonoro è un’altra questione interessante: a parte alcuni evidenti errori di presa diretta – in cui voci in secondo piano nel video appaiono in primo piano nell’audio, e viceversa – si percepisce anche qui il tentativo di discostarsi dall’uso tradizionale dell’audio in Italia. I suoni aggiunti in post-produzione non intendono ricreare il reale, ma tendono a iper-realizzare l’ambiente sonoro, cercando una dimensione filmica. I suoni della presa diretta sono spesso rielaborati e sovrapposti, in modo da dare maggior enfasi ai singoli eventi.

La fotografia cambia spesso registro, cercando di simulare l’emulsione e gli artefatti della pellicola dei vari generi che cita. Considerando la limitatezza di mezzi e l’utilizzo prevalentemente di faretti non cinematografici, l’esito è molto valido, anche se qua e là non avrebbero guastato soluzioni compositive anche più estreme – tutto si risolve spesso in quadretti molto “quadrati”, con scarsa profondità di campo e pochi contrasti tonali -.

Le riprese e i movimenti di macchina si adeguano ai diversi periodi citati, riproponendone certi stilemi o vezzi d’epoca – zoomate, carrelli etc -. Nelle scene della cornice si passa gradualmente da un inizio in costante – seppur lieve – movimento, all’immobilità più assoluta. Immobilità che appiattisce e impoverisce la messa in scena basando il ritmo dei dialoghi esclusivamente sullo stacco di montaggio e non osando soluzioni più ricercate, con movimenti di macchina che mettano in relazione gli attori e lo spazio scenico. Da evidenziare il lavoro di steadicam che, quando presente, riesce ad imprimere una notevole energia alla scena. Ci sono alcuni scavalcamenti di campo di troppo, in un film che invece cerca un approccio alla regia molto classico e rispettoso degli assi. Uno in particolare, nella scena finale del film, appare come un erroraccio da principianti.

Il montaggio dimostra un buon gusto e senso del ritmo, anche se mette in risalto gli errori di cui sopra e in alcuni sketch concede qualche secondo di troppo al tempo comico.

I costumi e le scenografie risultano molto ricchi e dettagliati, impreziositi da alcune trovate realmente originali – una su tutte il costume a palloncini dell’uomo-pollo che da solo vale l’esito dello sketch -. Anche qui non si può non tenere conto degli scarsi mezzi e dell’enorme mole di lavoro svolto.

E adesso passiamo ai contenuti.

Contenuti.

Da un punto di vista di storia portante, l’idea è semplice e già rivista: un gruppo di cineasti è in riunione per provare le scene di un film che dovrà realizzare. Kiss me Lorena per l’appunto. Ogni volta che un attore legge la parte, si materializza sullo schermo la scena in oggetto. Il gioco inizialmente è molto chiaro e vi è corrispondenza tra i due piani narrativi – anche se da subito ci si chiede che cazzo di film sia KML, visto che la prima scena è un dramma giudiziario in bianco e nero e la seconda è un war movie in 16mm ambientato nel Vietnam -. Col progredire del film il collegamento si perde completamente e i due piani appaiono sempre più indipendenti, pur mantenendo un minimo comun denominatore in termini di pathos: più la storia della cornice diventa tesa e drammatica, più gli sketch si fanno brevi e non-sense.

L’andamento diviene schizofrenico, disorganico, scollacciato e – in assenza di una minima guida narrativa – farà sorgere allo spettatore un dubbio legittimo:  tutto ciò non sarà forse spia di una scarsa capacità da parte degli autori di scrivere una solida sceneggiatura? E a questo punto scatta l’effetto spartiacque: o si sta al gioco o ci si sente presi per il culo.

La scelta di un linguaggio volgare, il ricorso al continuo turpiloquio e la proposta di una comicità spesso sessualmente esplicita e basata su di eventi violenti, denota un’irruenza notevole da parte degli autori e una certa aggressività di fondo. I personaggi sono sporchi, stupidi, dicono parolacce e quasi sempre vengono offesi, colpiti, feriti, violentati se non addirittura fatti esplodere. C’è una evidente voglia di anarchia in questo film, un desiderio di ribellione che sublima nella riproposta ossessiva e quasi infantile di tutto ciò che nel cinema italiano solitamente non si vede – quante volte avete sentito ultimamente in un film italiota proferire un’imprecazione tipo: “Cristo”? -. Il meccanismo comico è troppe volte simile a se stesso e culmina sovente in trovate tutto sommato prevedibili.

Il referente comico più vicino è sicuramente Kentucky Fried Movie di John Landis scritto con Zucker-Abrhams-Zucker. La similitudine con i Monty Python deriva per lo più dal fatto che sei attori interpretano la maggior parte dei personaggi ricorrendo al travestitismo, e da qualche singolo sketch in cui si cerca di fondere “l’alto” con il “basso”, il filosofico con lo scatologico, capovolgendo in maniera sistematica un assunto iniziale – come avviene ad esempio in Dirty Bruno -. Ma è l’umorismo che pervade l’opera di John Landis a farla da padrona. Dal plagio di Thriller a certi rimandi in alcuni dialoghi, da “Tutto in una notte” a “Delitto Imperfetto”. Fino ad arrivare ad una palese citazione della vita reale del regista di Chicago: Tony – che nel look ricorda molto un giovane Landis – si è allontanato dai set per alcuni anni a seguito di un non meglio precisato incidente occorsogli durante la lavorazione di un film…

Insomma l’intento pare evidente: un atto di amore per il lavoro di Landis e per il cinema americano tutto. Chi non ha colto la chiara – e immotivata – citazione dal finale di “Mucchio Selvaggio”?
Ma KML decide di andare oltre e di sfidare lo spettatore lasciandolo, come si diceva, di fronte ad una drammatica alternativa:  Prendere o Lasciare.

Se si prende che cosa succede? Ci si lascia trasportare, così, semplicemente: si ride a tratti di gusto, spessissimo senza razionale motivo, oppure in certi casi non si ride affatto. Ma il non capire o il non divertirsi non crea disappunto.
Insomma: non si vuole incontrare e riconoscere Lorena ad ogni costo.

Oppure si lascia: e allora Lorena non c’è, non vi è traccia di lei, non esiste e non è mai esistita. E il gioco si fa lento, il meccanismo si inceppa, la cornice da seria si fa pretenziosa e gli sketch mostrano le loro intrinseche debolezze.

Ma non è un problema di regia , né di recitazione – il doppio registro, tra i suoi numerosi difetti, presenta quanto meno il pregio di mettere alla prova gli attori con interpretazioni poste agli antipodi -.
E’ una questione di volontà. E’ il voler compiere una rottura rabbiosa nel panorama cinematografico italiota, il voler abbandonare l’etichetta per comportarsi da pessimo padrone di casa e costringere lo spettatore a vincere da solo il proprio disagio. In che modo? Facendolo ridere, se possibile. O facendosi mandare affanculo.

Si tratta quindi di un’opera che si può amare in toto oppure odiare con tutto il cuore; riderci fino alle lacrime o annoiarcisi a morte.
Volendo, nei punti giusti, anche spararcisi una sega. Con garbo, però.

Il critico a lezione di tecnica?

mag
12

Avevamo iniziato a scrivere una risposta agli ultimi messaggi sul post precedente, però ci siamo resi conto che questa riflessione meritava forse un rilievo maggiore. Eppoi checcazzo il blog è nostro, avremo pure il diritto di scrivere dove ci pare?

C’è questa faccenda: su internet metà della gente è indaffarata a scrivere di Cinema, mentre l’altra metà scarica foto di zoccole. E questo è un bene – per il Cinema, non per le zoccole -.
Però di tutti questi appassionati ce ne sono fin troppi a cui piace addentrarsi in letture approfondite non avendone forse le necessarie competenze.

Con il post precedente siamo perfettamente consapevoli di aver messo le palle sull’incudine, perché di fatto ci siamo scagliati contro qualcuno che criticava negativamente il nostro operato.

Però è anche vero che come uno prova a ribattere a una critica si sente subito rispondere: “Eh, ma che vuoi, ho detto solo il mio parere. Che non c’è più libertà di espressione? E poi voi avete fatto un atto di arroganza pretendendo di fare un film e mettendolo in rete; quindi è giusto che vi prendiate le critiche che io lo dico per voi, che magari migliorate.”

Ora sostituite alla frase precedente le parole “fare un film” con “scrivere una recensione” e avrete la nostra posizione riguardo tutta questa storia.

Un utente anonimo con l’eco – forse un nostro parente visto l’ardore con cui ci difende a spada tratta – nei commenti al post precedente ha dichiarato che secondo lui soltanto gli addetti ai lavori dovrebbero poter giudicare. Caro Babbo, questa è evidentemente una grossa cazzata. Però nasconde un fondo di verità.

Molto spesso leggendo le critiche, ci si accorge che chi scrive usa frasi fatte o luoghi comuni, malcelando una scarsa preparazione tecnica. Noi siamo fermamente convinti che chi desideri avventurarsi in una disamina non banale di un film debba avercela un minimo di infarinatura tecnica, in modo da non esprimere giudizi basati solo sulla componente soggettiva del gusto.

Altrimenti uno si dovrebbe mettere nella posizione del pubblico e limitarsi a un “mi è piaciuto" / "mi ha fatto schifo al cazzo”.

Nel caso di KinemaZOne la questione è la sua competenza critica in fatto di Comicità. Perché anche dietro al Comico esiste una forte componente tecnica che troppo spesso viene annullata di fronte alla spontaneità delle reazioni di chi guarda: “Mi ha fatto ridere = E’ fatto bene” oppure “Non mi ha fatto ridere = E’ uno schifo”. Senza mettere mai in discussione il fatto che magari sia lo spettatore stesso a non arrivarci.
I tanto citati Monty Python hanno un umorismo che non è apprezzato da molti, eppure dietro alla loro comicità c’è uno studio e una preparazione tecnica (comica) che un critico attento non può permettersi di non notare. Anzi molto spesso ridere agli sketch dei Python significa aver compreso un meccanismo comico da un punto di vista tecnico – caso lampante il geniale sketch delle torte in faccia nel Live at Hollywood  Bowl – .

Giusto per allargare il discorso anche ad altri settori, prendiamo spunto dalla critica di Gabriele Niola su … ma sono vivo e non ho più paura! che oltre ad una legittimissima lettura del lavoro – loda nel complessivo l’iniziativa non apprezzandone tuttavia l’esito – liquida negativamente regia e recitazione. Soprassediamo sulla regia che tanto sennò ci tacciate di imparzialità. Ma la recitazione: Gabriele, su quale base esprimi il tuo giudizio? Sul fatto che gli attori non siano convincenti? Quello però magari è un problema di regia o sceneggiatura – che hai già notato –. Sul fatto che non ti comunichino emozioni? Può essere, ma rientriamo nel soggettivo. Dicci su quali basi tecniche definisci la recitazione del film amatoriale.

A questo punto ci piacerebbe che si instaurasse una bella discussione su questi temi, e invitiamo a partecipare tutti gli amici cineasti/critici/appassionati che vogliano dire la loro.

Maledetti voi, alla fine ce l’avete fatta a farcela smettere di scrivere solo stronzate su questo blog…

Chi recensisce il recensore?

mag
8

Ecco una breve considerazione. Al giorno d’oggi è molto semplice impugnare una telecamera (o un cellulare), fare un film e metterlo sulla rete. E’ altrettanto facile aprire un blog e parlare di questo film. La funzione del recensore è chiara: dire cosa è piaciuto e cosa no. E in un oceano di proposte come quello attuale, è utile avere un parere con cui orientarsi.

Ma chi è attendibile? Di chi ci fidiamo per i giudizi? Insomma, se uno non riesce a distinguere un film buono da uno cattivo, come può capire la differenza tra un buon recensore e uno meno buono?

Facciamo una cosa un po’ diversa: recensiamo il recensore e vediamo chi si merita davvero questo appellativo e chi forse farebbe bene a studiarsi meglio la materia trattata. L’occasione ci viene data dalle prime due recensioni fatte al nostro film Kiss me Lorena.

La prima in assoluto ci arriva da Filippo Morelli di Morelli’s Movie Guide. La seconda da Ferdinando Carcavallo di KinemaZOne 2.0.

Come vedete si tratta di due visioni agli antipodi. Tutti e due sono concordi nell’elogiare la qualità tecnica del film, mentre le differenze emergono sul versante dei contenuti.  Laddove Morelli loda il film nel suo complesso – notandone comunque alcuni cedimenti qua e là – Carcavallo punta il dito verso la vacuità della sceneggiatura. Morelli elogia una buona parte degli sketch comici mentre Carcavallo denuncia una generale mancanza di occasioni di divertimento. Morelli azzarda una previsione su i Licaoni lanciati nel mondo del Cinema entro breve, Carcavallo esprime la sua scarsa voglia di proseguire a seguirne i prossimi lavori – cosa estremamente semplice vista la recente cessazione delle attività da parte del gruppo – .

Solo opinioni. E, come per le palle, ognuno ha le sue. Ma quello che ci interessa è capire chi dei due ha meglio centrato la questione. Si badi bene: non ci interessa chi ne ha parlato bene e chi ne ha parlato male. Ci interessa capire chi ha gli strumenti per parlarne con cognizione e chi invece no.

Ancora prima che cineasti, siamo degli appassionati di Cinema e attenti studiosi e sperimentatori del Comico. E siamo fermamente convinti che paragonare Kiss me Lorena ai corti di Andrea Camerini o alla Premiata Ditta, significhi avere le idee un po’ confuse in fatto di Comicità.

Con tutto il rispetto per l’amico Andrea (del quale fummo collaboratori/mentori durante i suoi primi passi registici) la sua comicità vive di influenze molto differenti dalle nostre. Differenze lampanti che però, evidentemente, non tutti colgono.

La Premiata Ditta invece è soltanto intrattenimento da due soldi, scontato e senza una parvenza di eleganza o sintesi.

Kiss me Lorena (e qui sembreremo dei vanagloriosi ma, credeteci, dopo tre anni dalla realizzazione del medesimo crediamo di averne una visione abbastanza oggettiva) propone un discorso sul Comico distante anni luce da ammicchi o strutturazione delle gag del tipo “italico-pecoreccio”. I nostri riferimenti – ai limiti del plagio – sono evidenti ed oltremanica. Il rigore formale e la ricercatezza della messa in scena e della costruzione degli sketch denotano uno studio approfondito. Che poi certe scene non funzionino, questo è un dato di fatto. Ma un errore grossolano è liquidare il film come lavoro di nessuna pretesa. La pretesa c’è eccome: quella di proporre un tipo di Cinema (Comico) completamente differente da quanto stiamo vedendo attualmente in Italia.

Per non parlare della totale incuria riservata da Carcavallo alla parte seria del film. Questa metà del lungometraggio, come nota argutamente Morelli è un collante/pretesto/presa-per-i-fondelli che fornisce un dissonante, vagamente sperimentale, contrappasso alle già citate gag. E, se permettete, è una gran prova da parte di giovani attori che di professionale, al momento delle riprese, avevano l’approccio al lavoro e non certo il curriculum.

Insomma, fare la critica ad un Film Comico è una cosa estremamente seria che richiede una sensibilità che secondo noi Carcavallo non ha dimostrato. Lo invitiamo perciò a guardarsi nuovamente il film per percepirne meglio la tipologia di umorismo e la ritmica comica. Come tutte le cose un po’ fuori dal coro, serve del tempo e una certa attenzione per digerirle e farle proprie.

Precisazioni alla recensione su KinemaZOne:
1_ Kiss me Lorena è un film indipendente dal budget irrisorio (18 mila euro).
2_ La licenza Creative Commons scelta per la distribuzione del film non consente alcun tipo di manipolazione del medesimo.
3_ Piano 17 è successivo a Kiss me Lorena.
4_ I Manetti Bros videro KML in anteprima e rimasero impressionati dalla qualità tecnica del film (e dal precedente Last Blood) tanto da persuadersi di poter realizzare un film a basso budget, arrivando addirittura a coinvolgere nel loro film parte della nostra squadra.

Fine dei lavori.

mag
8

In maniera molto semplice: i Licaoni sospendono l’attività di produzione che portavano avanti ininterrottamente dal 1999, tra spettacoli teatrali, cortometraggi e tre lunghi.

Nel nostro futuro ci sarà la riorganizzazione e la promozione dei vecchi lavori, nella speranza che qualcuno se li accatti.

E ora è il momento di levarci qualche sassolino dalle spardegne (nostro indumento preferito, dopo le gocce di Chanel n° 5)…